"…in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiamati Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia di San Giacomo. Ed ecco macchinalmente oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di Madeleine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito rese indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale..."

(Marcel Proust, "Alla ricerca del tempo perduto")


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domenica 10 aprile 2011

La dignità delle parole


Mia nonna mi raccontava che quando lei era giovane c'erano alcune parole tabù che, soprattutto in pubblico, non andavano pronunciate mai, perché a suo dire -e a dire evidentemente di molti a quel tempo- indecorose e offensive.
Tra queste c'era la  parola "piedi". Così quando si doveva parlare dei "piedi" si cercavano i sinonimi più disparati, cadendo a volte anche nella ridicola forzatura di usare termini assurdi e inappropriati.
Credevo che queste cose accadessero solo secoli fa, in anni a me sconosciuti e sorridevo quando mia nonna me lo raccontava...E invece il "politically correct" ha raggiunto anche noi. Noi che non ci scandalizziamo se in un reality show tutti fanno vedere tutto e dicono parole che vanno dalle più banali parolacce alle bestemmie; noi che consideriamo normale guardare una tizia partorire in diretta o un uomo che parla dei suoi problemi di flatulenza su un canale a pagamento (ma quanto sono originali, questi americani??) e, nel caso fossimo scettici, ce li fa anche sentire...Bene, noi siamo gli stessi che però non possiamo più chiamare "spazzini" gli spazzini, "bidelli" i bidelli, "prostitute" le prostitute (fa molto più chic "escort" in effetti...), che se parliamo di una persona con il cancro, diciamo che ha "un male incurabile", come se certe cose fossero vergognose da pronunciare, quasi offensive, come i piedi per mia nonna...ma quello che non riesco proprio a mandar giù è che quando una persona muore, diciamo che "se n'è andata".
Ecco, scusate, ma su questo punto non ce la faccio a non soffermarmi.
Oggi è un giorno speciale. Tre anni fa mia madre è MORTA. Non se n'è andata (...ma dove, poi? A fare un viaggio? Una passeggiata? Una gita al mare?), non "è venuta a mancare" -anche se ci manca da morire-, e soprattutto non "ci ha lasciati". Mia madre è semplicemente morta. M-o-r-t-a.

Per favore, ridiamo alle parole il loro senso primario, il loro profumo di verità, la loro meravigliosa serietà. Perché non è parlando per sinonimi che facciamo sentire agli altri la nostra compassione (nel senso proprio di patire-con loro), ma è usando le parole con intelligenza, discrezione, tenerezza, onestà di intenti. Ed è anche non usandole, le parole, che ne rispettiamo l'importanza. Ecco, sì, quando non sappiamo che dire davanti a una persona a noi cara che soffre, perché qualcuno che amava è morto di cancro e pronunciare qualunque delle parole tabù ci fa venire l'orticaria: stiamo zitti. Un bel silenzio pregno di significato e un abbraccio fanno più di mille sinonimi.
La nostra è una lingua fantastica, perché per ogni idea, sentimento, sensazione, odore, abbiamo una parola precisa, perfetta, che rende il senso profondo di quello che vogliamo esprimere. E se c'è una parola specifica per indicare che una persona muore...ma ci sarà un motivo, no??
E' perché quella parola è l'unica in grado di soddisfare il desiderio di condividere con qualcun altro la pena che si prova, l'unica capace di esorcizzare il dolore soffocante, e più di tutto perché è l'unica che indica con onestà la verità delle cose. E la verità delle cose è che le persone che amiamo muoiono. E non c'è niente che lenisca la pena, meno che mai l'ipocrisia delle parole edulcorate...

Ciao, zio Giannino, che ho visto ieri per l'ultimo saluto e che sembravi il personaggio di un antico libro della Napoli di una volta. La dignità del pianto silenzioso di tua moglie mi rimarrà nel cuore.

E a te, mamma, che non eri una grande amante dei bei discorsi e del filosofeggiare, dedico il piatto di questa domenica di "anniversario" . Perché da noi il vero mezzo di comunicazione, più delle parole, è sempre stato il cibo.



RAVIOLI AI FUNGHI PORCINI PROFUMATI AL TIMO

Ingredienti

Per il ripieno

50 gr di porcini secchi
100 gr di bietole lessate e strizzate
150 gr di ricotta
1 uovo
timo
parmigiano grattugiato
sale, noce moscata

Per il condimento

300 gr di funghi misti surgelati
1 spicchio d'aglio
un ciuffo di prezzemolo
2 cucchiai di panna da cucina
parmigiano grattugiato
burro, olio
timo


Preparate il ripieno: ammollate i funghi secchi in un po' di acqua tiepida, strizzateli (non buttate via l'acqua dell'ammollo) e metteteli nel frullatore insieme all'uovo, un po' di sale, un pizzico di noce moscata e uno di timo, la ricotta, una spolverata di parmigiano e le bietole lessate e strizzate.
Frullate il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo.

Preparate il condimento: Mettete l'aglio in una padella con i bordi alti (io uso il wok oppure la pastaia), insieme all'olio e a un pezzetto di burro. Unite il prezzemolo tritato e fate soffriggere.
Unite i funghi ancora surgelati (ovviamente, se trovate un mix di funghi freschi...che ve lo dico a fa'?)
e fateli cuocere a fiamma media, coperti, aggiungendo, se necessario, un po' della loro acqua di ammollo filtrata. A metà cottura unite il timo.
Quando saranno pronti, regolate di sale, eliminate l'aglio, aggiungetevi la panna e del parmigiano grattugiato.

Vi conviene preparare il condimento e la farcitura prima della pasta, altrimenti quest'ultima seccherà troppo e poi le sfoglie non si sigilleranno bene.


Preparate la pasta:

-per circa 40-50 ravioli, a seconda di quanto fate spessa la sfoglia-

200 gr di farina 00 "Antigrumi" Molino Chiavazza
2 uova medie
1 cucchiaio di olio
sale


Disponete la farina sulla spianatoia, unite le uova, un pizzico di sale e un cucchiaio di olio extra vergine d'oliva.
Impastate bene con la punta delle dita, fino ad ottenere un impasto omogeneo ed elastico.


Coprite con un canovaccio pulito e asciutto e fate riposare per qualche minuto.
Poi, tagliate la pasta in piccoli panetti, appiattiteli con le mani e fateli passare, uno alla volta, nella macchina del pane: all'inizio nella trafila più larga, ripiegando la striscia di pasta su ste stessa ogni volta e passandola ancora nella macchina fino a che non la sentiremo omogenea e non appiccicosa (infarinatela un pochino prima di inserirla nella macchina).
A questo punto, diminuite di volta in volta lo spessore della trafila, arrivando infine a tirare la striscia nella penultima trafila (deve essere sottile, ma non tanto da rompersi poi quando la farciremo)

Non potendo fare le foto mentre la preparavo io, ho provato a farne una alla sequenza di un libro sulla pasta fresca che ho, spero vi possa essere utile:


Quando la pasta è pronta, se avete come me a disposizione un raviolatore a stampo, come quello che vedete qui sotto, infarinatelo bene, stendetevi una striscia di pasta, mettete al centro un cucchiaino raso di farcitura,



copritelo con un'altra striscia di pasta e premeteci sopra il matterello, fino a formare i ravioli.


Se invece non avete quest'aggeggio (comodissimo ma non indispensabile), potrete stendere la sfoglia su un piano infarinato, incidere -senza tagliare- la sfoglia con uno stampino, in modo da sapere dove disporre i mucchietti di impasto e distribuire un cucchiaino di ripieno al centro di ogni raviolo inciso. Stendete l'altra sfoglia sopra il ripieno e con le dita eliminate l'aria presente tra le due sfoglie. Con lo stesso stampino tagliate i ravioli, mucchietto per mucchietto.


Cuocete i ravioli in abbondante acqua salata, scolateli e versateli nella pastaia insieme al condimento.
Fateli insaporire e spolverateli ancora di parmigiano.




Con questa ricetta partecipo al contest della Molino Chiavazza: "Paste Regionali"

9 commenti:

  1. Mia carissima Grazia.
    Vorrei dirti tante cose, ma come giustamente dicevi tu...la dignitá delle parole e...il silenzio...
    Ti sono vicina ora piú che mai, e sento che stai soffrendo per la morte di tua madre.
    In realtá ho un nodo in gola, anzi....adesso piango propio.
    Tu sai che a Luglio dello scorso anno mia madre é morta, e dopo 7 settimane é morto anche mio padre...e per mé il dolore e le ferite sono ancora fresche ma....non ha importanza da quanto tempo le persone sono morte...
    sono morte e basta, propio come dici tu... e non c'é un dolore piú grande o uno meno grande..
    un dolore...é un dolore.

    Un abbraccio con tanto affeto e sinceritá...
    ti sono vicina.
    Sarabella

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  2. Un abbraccio per i tuoi cari e un complimenti per questi ravioli che sono buonissimi...buona settimana. Ciao.

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  3. Ciao, mi hai fatto tornare in mente che quando ero piccola, a 7/8 anni credo, ma forse anche qualc'uno in più, e sentivo dire dai grandi "se ne andato", o alla tv, "è scomparso...", io non capendo il vero significato che c'era dietro queste parole, mi chiedevo: chi sà dove se ne sarà andato?, perchè? forse starà in un paese lontano felice....e fantasticavo, quello che meno riuscivo a capire come potesse scomparire una persona?!. Hai ragione, la cosa più giusta è chiamare le cose con il proprio nome, ma c'è anche chi, per accettare un dolore troppo forte ha bisogno di pensare come i bambine, e credere che, magari tutti quelli che se ne vanno si ritroveranno tutti felici nello stesso posto.
    Bel post complimenti!

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  4. beh non posso che dirti che questo post tocca il cuore e chemi dispiace per le tue perdite.e' vero alle volte la ricetta (noi che amiamo la cucina) vale più di mille parole e diventa una dedica silenziosa ma fatta con il cuore!

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  5. Hai pienamente ragione...le parole vanno usate, dosate, pesate....e avolte il silenzio è la cosa più saggia!! Il dolore ha il suo nome, la morte ha il suo nome, le malattie hanno il loro nome...proprio come l'amore, la gioia, la felicità.....solo che queste ultime, per alcuni, sono più facili da pronunciare....
    Un grande abbraccio!

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  6. La ricetta è validissima..ma con le tue parole mi fai sempre cadere la lacrimuccia..mi spiace per lo zio Giannino.ma lo sa Gabry che vengo nel tuo blog certo per le ricette,ma anche per i discorsi che sempre le accompagnano..scrivi bene..brava..

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  7. @Orchidea: Grazie, Sarabella. So che hai anche tu un dolore forte da sopportare e perciò ti mando un abbraccio grande grande!! :)
    Gabri

    @Max: Grazie, chef! ;D

    @RicetteAmoreFantasia: ...e io sono sicura che da quel posto felice ci guardano e sorridono :)

    @lucy: d'accordissimo con te!!

    @Tiziana: un abbraccio anche a te!

    @pippi: ....sei dolcissima, pippi!! Grazie!! :> :>

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  8. non si devono sprecare le parole, in momenti come questi. eppure il dolore esplode dentro e io lo sento, forse perchè l'ho vissuto, così tagliente e assordante. mia figlia di 4 anni mi chiede sempre dove sia mia madre, sua nonna...mi chiede come fa ad avere le ali, come fa a vederci da lassù se c'è il tetto, come fa a non cadere...è davvero difficile usare certe parole, soprattutto con i bambini....ti abbraccio forte

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    1. Con i bambini è un discorso a parte...l'ho sperimentato con mia nipote, che era piccola, quando mia madre è morta e lei le era legatissima...pur nella verità, è giusto usare un linguaggio di dolcezza e delicatezza, con loro...non c'è nessuna fretta di usare tutte tutte le parole "in purezza", spesso edulcorarle è giusto ed è per il loro bene :)

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